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Borghi d














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PASSO DEL MORTIROLO
APERTO DAL 25.05.2010
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Indirizzo della sede: Via Mortirolo n. 5
23030 - Mazzo di Valtellina

Indirizzo e-mail istituzionale: protocollo@comune.mazzo.so.it

E-mail posta certificata: protocollo.mazzo@cert.provincia.so.it

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Mazzo di Valtellina 552 s.l.m. Ab. 1010

Fra Tirano, capoluogo dell’antico terziere superiore di Valle e Bormio, il territorio della cosiddetta Magnifica Terra e sede dell’antica contea (la Contea senza conte) sta un gruppo di paesi fra loro non distanti – Mazzo, Grosotto e Grosio – fra i più ricchi di storia ed arte della Valtellina tutta.
Fu qui che nei tempi andati – quelli delle lotte fra Papato e Impero, tra guelfi e ghibellini –dominò la signoria dei Venosta venuti dall’omonima valle altoatesina sotto il nome di Matsch.
Che Mazzo derivi il nome da Matsch e quindi dai Venosta è assai probabile se non certo. In un documento dell’824 è riferito che vi erano allora in Valtellina o almeno nell’Alta Valle tre chiese battesimali e cioè ad Amatia, Bormio e Poschiavo: la data essendo anteriore alla venuta dei Venosta o Matsch in Valle, l’indicata origine del toponimo non avrebbe ragion d’essere, ma Enrico Besta, forse il più autorevole storico della Valtellina, ha pensato ad una successiva interpolazione e così Mazzo deriverebbe proprio da Matsch.
Certo è che all’illustre casata, dapprima stanziatasi in quel di Mazzo e poi estesasi fino a Grosio risalendo la valle adduana, si deve il volto medioevale della zona ricca di torri e castelli, fra cui quello di Mazzo (“el Castel de Mazz” ancora oggi in dialetto), poi detto di Pedenale forse perché connesso all’omonima contrada un tempo fortificata nella quale non ci si poteva muovere che a piedi (onde “Pedenale”) a non voler dar credito ad un etimo illirico dove “pedena” varrebbe per luogo munito.
Oggi piace allo storico e all’uomo dotato di fantasia riandare con l’immaginazione ad un’epoca felice (o infelice?) in cui dal Castello di Bellaguarda presso Tovo al citato Pedenale e alla relativa rocca, dalla torre di avvistamento di Vione fino ai due castelli fra Grosotto e Grosio, l’uno detto di S. Faustino e l’altro castrum novum, o castello nuovo, era tutto un succedersi di fortificazioni che munivano – è proprio il caso di dirlo – il signorile potere dei Venosta. Inutile qui ripetere quanto dettano i manuali, le guide, le monografie del caso: che Mazzo fu capoluogo di un’antica pieve di Valle, anzi di una delle quattro più antiche e conseguentemente anche sede del capitanato di pieve; che la chiesa appunto plebana di Santo Stefano – l’odierna parrocchiale – estendeva in origine la sua potestà da Sondalo fino a Sernio; che il nominato castello di Pedenale, di cui non rimane, oltre a qualche rudere, che la torre oggi residenza privata, fu costruito all’inizio del sec. XIII. E nemmeno metterà conto di ripetere alcuni tratti salienti della storia di Mazzo o rievocare l’ombra dei personaggi che la illustrarono, come Gian Angelo Medici, poi cardinale e poi pontefice col nome di Pio IV, zio di San Carlo Borromeo e che, arciprete di Mazzo per quattro anni – dal 1525 al 1529 – non vi risiedette mai o come – nel campo delle lettere – Pier Angelo Lavizzari (1678-1759) che fu il primo vero e compiuto storiografo di Valle.
Gioverà invece accennare alle ragioni per cui, oltre alla famiglia princeps dei Venosta, mettessero piede a Mazzo altre illustri casate come i Quadrio e i Lavizzari, contrassegnati i primi sui portoni delle vecchie case – come nel resto dell’alta e media Valtellina – dallo stemma coi tre famosi quadri, gli altri, dico i Lavizzari, dall’aquila e dalla torre (ma lo stemma più antico esistente nel borgo è ovviamente quello dei Venosta). Furono soprattutto due – sembra – i motivi del cospicuo insediamento: quello accennato dell’importanza della pieve all’ombra dei due poteri sovrani di allora, quello signorile e quello ecclesiastico, e l’altro della salubrità del clima. Infatti, se si pone mente alla collocazione delle case patrizie dei Venosta, dei Quadrio e dei Lavizzari nel contesto urbanistico, per così dire, del borgo, si rileverà come essa discosti signorilmente dalla vita del traffico e quasi nascosta in una quinta del borgo, giustappunto vicina all’antica Plebana.
Tutto quanto si è fin qui detto mi sembra possa bastare a giustificare come da mazzo quale primo oggetto di studio e di rilevazione prenda l’abbrivio l’inventario voluto congiuntamente dalla Regione Lombardia, dalla Provincia di Sondrio e dalla Soprintendenza dei beni ambientali ed architettonici di Milano: a Mazzo, come in pochi altri centri abitati di Valtellina, la storia medioevale e quella rinascimentale e l’arte, soprattutto la nobile arte dell’architettura, si sposano. Interprete della non facile rilevazione e così autore della schedatura dei monumenti - chiese, castelli e torri, case e palazzi, rustici ed agglomerati significativi, archeologia industriale, fontane, affreschi e santelle – è Remo Giatti artista ancor giovane, originario di Grosio (dunque non lungi da Mazzo), architetto, grafico di valore ed originale quale ricercatore di antichi misteriosi miti e di fantasiosi riti, di una espressione segnica che può ricordare i preistorici graffiti o incisioni rupestri appunto delle rocce grosine.
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